An Elephant Sitting Still ★★★★

Come approcciarsi alla prima e ultima nefasta opera di Hu-Bo?

Essendo consci della triste storia dietro al film è quasi impossibile non percepire un brivido lungo il corpo o provare inadeguatezza e disagio davanti a questo monolite del cinema: il giovane regista appena 29enne si è tolto la vita immediatamente dopo aver terminato il montaggio, ancora prima dell'inizio della première del film.
Le 4 ore di immagini che vediamo scorrere pachidermicamente assumono così un significato che va oltre il mero schermo televisivo. Il mondo e la vita stessa ci appaiono attraverso lo sguardo di un ragazzo schiacciato dalla pesantezza dell'esistenza, incapace di sostenere i ritmi frenetici e sempre più nevrotici di una società che di buono non conserva più nulla nè fra gli uomini nè fra gli animali.
I protagonisti altro non sono che riflessi dello stato d'animo di Hu-bo e le trame apparentemente indipendenti convergono tutte in un obiettivo: andare a Manzhouli, città del Nord della Cina dove un elefante se ne sta seduto immobile tutto il giorno, indifferente verso il mondo e noncurante dei passanti che si fermano per ammirarlo o fotografarlo.
Il viaggio verso Manzhouli potrebbe sembrare l'inizio di una nuova vita: capiamo molto presto che secondo Hu-Bo l'errare verso altri lidi altro non è che un riscatto totalmente illusorio. Mettere a fuoco il vero scopo del "vivere" è del tutto impossibile: ecco perché per 3 ore e 50 le riprese sono sempre dalle spalle dei personaggi e lo sfondo ci compare perennemente sfocato; esclusivamente primi piani, nessun campo largo che possa darci un respiro più ampio se non nel finale poetico quanto raggelante.

Non per niente elogiata da Béla Tarr e Gus Van Sant, l'opera è molto complicata, ma al contempo una pietra miliare per i cinefili più accaniti disposti a reggere un ritmo eufemisticamente lento, con lunghissimi piani-sequenza dalle inquadrature immobili su volti molto spesso fermi in un silenzio che conquista lo spettatore.
Hu-Bo possiamo ricordarlo così: con quel barrito fragoroso e quel silenzio assordante a seguire che chiudono i 234 minuti della sua prima e ultima opera.