The Lighthouse

The Lighthouse ★★★★½

This review may contain spoilers. I can handle the truth.

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È l’agosto del 2000. Molti degli utenti che su questo sito scrivono splendide recensioni stanno ancora ciucciando un biberon.
(Oddio, in realtà, in un certo senso, lo sto facendo ancora pure io. È scoppiata la pubertà: il momento in cui uno scopre l’acne e la masturbazione. Io ho scoperto pure che non c’è niente di meglio nel pomeriggio che mettersi sul divano a riguardare Space Jam o Jumanji mangiando plasmon inzuppati nel latte. Si vede che gli ormoni non hanno ancora completato il lavoro).

Parentesi a parte, quel giorno partiamo per chissà dove, scendiamo la vallata e ci fermiamo nella prima città a fare colazione a un bar nella piazza centrale. Su un tavolino c’è una copia del Corriere o di Repubblica e mi casca l’occhio sulla prima pagina: in un angolino c’è Zio Paperone.
Sono giovincello, ma già curioso (e grande lettore di fumetti Disney). Afferro il giornale, leggo il richiamo in prima e corro alla doppia pagina interna: è morto, novantanovenne, Carl Barks.
Lo conosco ancora troppo poco, essendo le mie piccole “ricerche”, fino a quel momento, incentrate soprattutto sui Disney italiani, ma sono ben consapevole della sua importanza e la notizia, giunta tra l’altro a pochi mesi dalla morte di Charles M. Schulz (il 2000 è stata una brutta annata per le divinità), mi colpisce.

Passa qualche mese e la Disney Italia pubblica uno splendido volumazzo celebrativo (oggi meraviglioso oggetto vintage col doppio prezzo in lire e in euro). Vi è contenuta una delle ultime storie realizzate dall’Uomo dei Paperi Donald and Daisy – The Not-So-Ancient Mariner. Semplificando la trama, Paperino vince una crociera perché riesce, dopo studio matto e disperatissimo, a citare a memoria i versi 81-82 di The Rime of the Ancient Mariner (1798) di Samuel Taylor Coleridge: Why look’st thou so?’ – With my cross-bow / I shot the albatross.
Questi, grazie al fatto che il volume presenta una versione con “testo a fronte”, come si direbbe se fosse un libro di poesia o un classico latino/greco, sono tra i pochissimi versi anglofoni che so a memoria.
Mi tornarono in mente quando parlammo del Romanticismo inglese in IV liceo e studiammo sezioni della chilometrica poesia di Coleridge.
Me ne sono ricordato nuovamente vedendo Robert Pattinson spassarsela con i gabbiani in The Lighthouse.


The Rime of the Ancient Mariner è divisa in sette parti.

Prima parte. Il vecchio marinaio uccide un albatro che stava seguendo la nave in cerca di cibo.
It ate the food it ne’er had eat, / And round and round it flew
Ephraim Winslow scaccia il gabbiano che lo disturba. Poi si incazza.

Seconda parte. Forse l’uccisione dell’albatro non è stata una mossa furba. Qualcosa comincia ad andare storto.
Yea, slimy things did crawl with legs / Upon the slimy sea
Ephraim Winslow osserva Thomas Wake in cima al faro. Sono tentacoli quelli?

Terza parte. Appare una nave fantasma. Sopra di essa la Morte e una donna (la Vita-in-Morte) stanno giocandosi a dadi le vite del marinaio e dei suoi compagni. Vince la donna.
And the twain were casting dice; / ‘The game is done! I’ve won! I’ve won!’ / Quoth she, and whistles thrice
Ephraim Winslow è ossessionato da divinità marine, fantasmi personali e allucinazioni. Va a pesca di aragoste e trova una testa mozzata.

Quarta parte. Il marinaio capisce di essere stato maledetto dall’uccisione dell’albatro. Intorno a lui morte e desolazione. A un certo punto, però, appaiono altre creature marine la cui bellezza lo sconvolge.
O happy living things! no tongue / Their beauty might declare: / A spring of love gushed from my heart, / And I blessed them unaware
Ephraim Winslow trova una donna annegata. Eccitato, le tocca una tetta. Lei si muove. È viva! Ed è una sirena! Ephraim terrorizzato, scappa a casa, fa le scale tre alla volta e si stende sul divano. Chiude gli occhi e, con dolcezza, fa partire la sua mano.

Quinta parte. Il marinaio riesce a riposare e sogna di bagnare la sua gola secca. Quando si sveglia i suoi compagni si sono rianimati. La nave si muove. Il marinaio sviene e capisce che la sua maledizione non ha ancora avuto termine.
My lips were wet, my throat was cold, / My garments all were dank; / Sure I had drunken in my dreams, / And still my body drank
Ephraim Winslow e Thomas Wake hanno finito tutti gli alcolici e sono costretti a mescolare trementina e miele. Ubriachi persi, ballano, cantano e scoreggiano tutta la notte. Al culmine dell’ebbrezza si vede anche qualche sguardo languido. È il momento “festa di laurea in quel buco sotto terra in cui puoi provare ad avvicinarti a quella che ti ha fatto capire che ce n’è”. Mi sono sentito molto affine.

Sesta parte. La nave arriva nel paese del marinaio e i corpi dei suoi compagni ricrollano a terra. Giunge un’altra barca con a bordo un eremita. Nel frattempo dal villaggio brilla una luce accecante.
And the bay was white with silent light, / Till rising from the same, / Full many shapes, that shadows were, / In crimson colours came
Ephraim Wilson svela di non chiamarsi Ephraim Wilson. È tempo di usare la pala e il piccone. Dopodiché sale sul faro, si lascia abbagliare e urla, urla, urla.

Settima parte. L’eremita ascolta il racconto del marinaio pentito del suo gesto. Il giorno successivo il marinaio si sveglia migliorato.
A sadder and a wiser man, / He rose the morrow morn
Colui che era Ephraim Wilson si sveglia la mattina dopo gli urli. La sua situazione non è migliorata affatto.


Per chi ha un minimo di interesse, comunque, Willem Dafoe recita usando un linguaggio similare a quello utilizzato da Coleridge più di 200 anni fa. Leggere i sottotitoli in inglese, nei limiti di comprensione che può avere un non esperto, può essere davvero fonte di goduria pari a quella che può dare la sontuosa fotografia o la ricerca del/i significato/i di questo film bellissimo.

Pieraccio liked these reviews

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